Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

ORVIETO E DINTORNI
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Convento di Santa Maria della Scarzola di Montegabbione
Convento di Sant'Angelo di Pantanelli di Baschi
Jacopone da Todi: la mortificazione della coratella
Convento di San Lorenzo in Vigne e Ospizio di Sant'Anna in Orvieto
Il Duomo di Orvieto
Il miracolo del Duomo
Convento di San Crispino dei Minori Cappuccini
Civita di Bagnoregio e Viterbo
Santa Rosa da Viterbo
JACOPONE DA TODI: LA MORTIFICAZIONE DELLA CORATELLA

JACOPONE DA TODI: LA MORTIFICAZIONE DELLA CORATELLA

“Mentre stava cantando e sopportava per amor di Dio quel fetore e quella pena, gli apparve Gesù (…)”

“Mentre stava cantando e sopportava per amor di Dio quel fetore e quella pena, gli apparve Gesù (…)”


N arra la cronaca: «Questo Sant’uomo (frate Jacopone da Todi) era quasi arrivato ad uno stato di perfezione, quando un giorno improvvisamente - così permise Iddio per metterlo alla prova e per accrescere i meriti a lui e per essere esempio agli altri - venne molto tentato nella gola cosicché, tramite lo stimolo del demonio, gli venne un gran desiderio di mangiare la coratella. Accortosi della tentazione del diavolo, Jacopone decise di burlarlo e di fare in modo che il demonio pensasse di averla vinta e che Jacopone avesse deciso di soddisfare la sua gola. Era un uomo molto parco nel mangiare e faceva grande astinenza. Cercò, dunque, di avere una coratella, ma così, cruda com’era, la portò nella sua cella e l’attaccò al muro. Il demonio vedeva già il desiderato cibo in camera, perciò tentava ancor più il servo di Dio suggerendogli che la coratella era molto delicata e che quindi se la dovesse mangiare. Quando si avvicinava l’ora del pranzo, Jacopone restava a lungo a guardare la coratella e se la metteva, sebbene cruda, nella bocca senza però mangiarla, poi andato in refettorio desinava con pane ed acqua come era solito fare la maggior parte delle volte. Così fece per parecchi giorni prima di mangiare, per poter confondere il demonio. La coratella intanto cominciava a marcire, a tramutarsi in vermi e ad emanare un enorme fetore e questo era per lui di grandissima consolazione, ma crescendo a dismisura il cattivo odore, non si poteva stare più in dormitorio. Gli altri frati che dormivano nelle celle cominciarono a lamentarsi ed a cercar di aprire da dove fosse venuto quel gran fetore e più si adiravano, e meno trovavano la causa né l’origine, perciò non sapevano cosa fare pur sentendo quell’odore pestilenziale più forte verso la cella di Jacopone piuttosto che altrove. I frati quindi sospettarono che lui avesse inventato qualcosa di strano come solito suo, perché lo reputavano poco savio e quasi lunatico, perciò decisero di entrare in camera sua che videro aperta, ma trovatisi davanti a quella coratella piena di vermi che puzzava ed ammorbava, cominciarono quasi senza aria e pieni di ribrezzo a svenire e bisognava che tutti si fossero turati il naso quantunque alla loro presenza Jacopone la odorasse e sniffasse come se fosse stato il più soave e delicato buon odore del mondo. I frati, vedendo che lui si dilettava in modo sublime per quell’odore, per penitenza lo chiusero “ne i luoghi comuni”, e ce lo fecero restare parecchi giorni, e mentre stava rinchiuso in quel luogo maleodorante, compose in lingua todina quel Cantico che comincia così: “O giubilo di cuore - che fai cantar d’Amore...”. Mentre, quindi, stava cantando e sopportava per amor di Dio quel fetore e quella pena, gli apparve lo stesso Gesù che gli disse: “Jacopone, fratello carissimo, poiché per amore mio sopporti una così grande ingiustizia, e non aborrisci un fetore così pesante, ecco che sono venuto a consolarti e a riempirti di soavissimo odore al posto di questo orrendo strazio; domandami dunque ciò che vuoi, che io te lo voglio concedere”. Il servo di Dio, riconoscendo che questi era veramente il suo Cristo Crocifisso, rispose come grazia: “Fammi mettere in una più cattiva e puzzolente prigione dove possa cancellare le orrende macchie dei miei peccati, perché il luogo dove sono non basta per questo”. Una risposta così umile fece sì che Dio gli desse, come grazia, una grande serenità d’animo ed un’insolita allegria, tanto che Jacopone, dopo questo dono, fu così pieno della dolcezza del lume di Dio, che si diede ad un’altissima contemplazione e, tralasciando un poco quell’intenso studio e carteggio che sino ad allora aveva portato avanti per mortificarsi ed abbassarsi, sembrava ora aver superato ogni pena ed acquistato un alto grado di santità. L’unica pena, per lui, era che il mondo tenesse “in dispregio” Dio e piangeva a lungo per questo. Un giorno un frate gli domandò il perché di tante lacrime e Jacopone rispose: “Io piango perché non è amato l’Amore!”.

Soleva dire, inoltre, spesse volte, che l’animo umano non poteva essere più felice ed allegro



Paolo Rossi
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